Se non hai uno scopo di vita, una missione cosmica o un progetto di chissà quale entità sei rimasto indietro. Il mondo va avanti, e te rischi di rimanere indietro, insieme ai tuoi pensieri, ai tuoi problemi, alla tua normalità.
Negli ultimi anni la ricerca dello scopo di vita è diventata quasi obbligatoria e sembra che senza una risposta chiara non si possa vivere davvero.
Torniamo un attimo indietro di qualche tempo, e prendiamo come punto di partenza il pensiero di Aristotele, che ci ricorda che vivere con un significato coincide con vivere in accordo con la natura e con le proprie capacità di azione e riflessione. Tutto chiaro, no?
Talmente chiaro che questa visione, come molte altre di questo genere, rischia di far sfociare l’importanza riconosciuta di avere una direzione in una ricerca dello scopo di vita come forma di fuga, cioè un modo per spostare l’attenzione dalla realtà vissuta alla narrazione mentale con le sue promesse di risposte definitive.
Sappiamo bene che avere obiettivi in linea con un forte senso di scopo è associato a vantaggi reali per la salute mentale e fisica, ce lo dice la ricerca psicologica e in generale quella medico scientifica. Non è che significa che allora lo scopo è il nostro placebo, o meglio, può diventarlo se lo abbracciamo in quel senso, ma in generale questi studi mostrano che il senso di direzione è un costrutto osservabile e misurabile con vari effetti sulla salute e sul comportamento.
A questo aggiungiamo che la nostra cultura contemporanea, stracolma di racconti fantastici, narrazioni spirituali e storie memorabili, spinta dai social media in primis, ha trasformato la ricerca di un senso in qualcosa di assoluto e definitivo da raggiungere, in una verità nascosta da scoprire e in una promessa di felicità eterna. Complici tutte quelle discipline, a carattere prevalentemente spirituale (che di spirituale poi hanno ben poco, nel senso che il loro focus è raccontarcela prima che andare veramente alla ricerca di conoscenza di qualcosa che ancora non riusciamo a spiegarci) che ti definiscono in uno schema: sei così, i tuoi talenti sono questi, sei qui per fare x, y, e z e tutta una serie di assolutismi che lasciano un po’ il tempo che trovano.
E qui voglio aprire una piccola parentesi sugli strumenti spirituali, che riprenderò in seguito su altri post: le discipline che ti incasellano, appunto ti stanno rinchiudendo, e non ti permettono di osservare. Se vengono usate come strumento di comprensione di come si muove tendenzialmente il tuo sistema, possono anche avere senso, ma se sono creatrici di identità, ti consiglio di rivedere un attimino la gabbietta dorata in cui ti sei infilato. Chiusa la parentesi.
Ora, tornando al discorso principale sul senso, vorrei chiedere a tutti quelli che pontificano sul fatto che esista un senso specifico per ognuno di noi, (che questo lo si possa ritrovare con varie tecniche e che se non ce l’hai sei uno un po’ confuso) se tutte queste certezze sulla vita sono una loro creazione oppure sono conoscenze apprese da altri. In questa seconda ipotesi, vi chiederei di indicarmi queste fonti, così da poter anche io farmi un giretto a scopo di ricerca.
Adesso voglio illustrarvi alcuni degli effetti che le narrative sopra citate (meta assoluta, verità da scoprire e promessa di felicità) hanno sulle persone, e che emergono molto spesso dalle consulenze:
1- Confondere il desiderio con la propria struttura sistemica: tantissime persone interpretano lo scopo come un desiderio, cioè se desiderano qualcosa intensamente, allora per forza quello deve essere lo scopo. La lettura Radiestesica ci mostra nel dettaglio che non è sempre così, perché il desiderio non è indicatore universale di direzione e sostenibilità nella vita. Se io desidero essere milionario ma il mio sistema conserva informazioni attive di perdita di denaro dalle linee genealogiche, magari con la forza di volontà divento anche milionario, ma il mio sistema non lo sostiene e perderò tutto quello che avrò guadagnato, solo per fare un semplice esempio che chiaramente non illustra a fondo la complessità sistemica. In questo esempio, tra l’altro, non c’è niente di spiritualizzante sul rapporto con l’energia del denaro, se ve lo steste chiedendo, ma c’è una spiegazione dal punto di vista dell’osservazione della realtà come rete di informaizoni interconnesse (che non ha la pretesa di essere verità assoluta, ma esplica ciò che l’esperienza diretta con le letture radiestesiche mostra).
2- Cercare scopo per evitare la realtà. La ricerca del senso diventa fuga quando ci mette nella posizione di evitare di affrontare scelte concrete, di rimandare decisioni perché “non ho ancora trovato esattamente il mio posto nel mondo”, di delegare la direzione a modelli esterni (guru, risposte spirituali, coach motivazionali…) e di interpretare la confusione come effettiva mancanza di scopo, quando invece potrebbe semplicemente essere un sovraccarico sistemico. In questo senso, cercare lo scopo diventa un modo per non prendersi la responsabilità della propria esperienza attuale.
3- Idealizzare il senso ignorando la struttura. Qui siamo nel campo della filosofia, della religione e della spiritualità, dove lo scopo esistenziale diventa un valore morale. Alla fine, quindi, ponendo l’attenzione sui fini ultimi come il dovere, il piacere, il benessere e la liberazione, distogliamo l’attenzione da ciò che è osservabile, testabile e operativo nel nostro presente: ciò che è compatibile adesso con la nostra struttura.
Nel modello dell’informazione, preso come linea guida per comprendere ciò che viviamo quotidianamente, possiamo cambiare la domanda da “qual è il mio scopo?” a “come posso leggere la mia configurazione attuale? Ora che la sto leggendo, cosa reggo adesso?”. Questo cambio di paradigma ci aiuta a vedere innanzitutto lo scopo come una struttura di informazione e non come una risposta assoluta che deve arrivare da qualche terapeuta o da qualche disciplina di elevazione, e ci ricorda che se impariamo a osservare il nostro modo di funzionare e ciò che in noi genera coerenza o dissonanza, allora abbiamo un margine di movimento all’interno di una consapevolezza reale e possiamo finalmente smettere di muoverci a caso tirati da un lato dal condizionamento familiare e dall’altro da quello sociale (solo per fare due piccoli ma impattanti esempi).
In secondo luogo ci mostra che non tutte le domande producono informazione valida e preziosa ai fini dell’auto conoscenza, perchè chiedersi “qual è il mio scopo?” non può generare informazione osservabile, neanche testandolo a livello radiestesico, perché diventa un’accozzaglia di parole, simboli e linguaggio comune che poi dobbiamo riuscire a interpretare all’interno del NOSTRO funzionamento. La domanda invece diventa produttiva se si sposta sul come prendiamo decisioni senza creare troppa frizione, su dove perdiamo energia e come, dove ingraniamo modelli che non sono nostri e quali storie fantastiche ci stiamo raccontando pensando magari di essere in qualche modo illuminati.
Le interrogazioni sono informabili, ma non tutte! Cioè tantissime delle nostre risposte sono narrative mentali, non campi di lettura. (Questo è molto tecnico, ci torneremo)
In conclusione, tantissime valide ricerche ci indicano che uno scopo di vita è legato al nostro benessere, e allora noi prendiamo queste valide ricerche e le trasformiamo in pietre preziose. Come? Smettendo di cercare lo scopo come una verità ultima da trovare, e ridimensionandolo alla direzione da costruire attraverso osservazione, scelte e relazione con il proprio sistema.
Forse la vera domanda non è “qual è il mio scopo?”.
La vera domanda può essere “come sto leggendo la mia vita?”
Non abbiamo bisogno di nessuno che ci indichi il nostro scopo, abbiamo necessità di imparare a leggerci con più precisione.
Lasciami un commento con le tue riflessioni, e se c’è un tema che vorresti vedere approfondito dal punto di vista di questo modello nei prossimi articoli, puoi scriverlo qui sotto.
A presto.
