Radiestesia è sensibilità alle “radiazioni” che tradotto è la capacità percettiva dell’essere umano di captare le informazioni di persone e ambienti, ed è una capacità che si allena.
Certamente può esserci una predisposizione particolare per fare questo ogni giorno della vita, ma ciò non toglie il fatto che è precluso solo a coloro che non sono interessati a svilupparla. Senza opinioni in merito, ognuno è libero di impegnarsi per diventare “sensibile”.
Fatta questa doverosa premessa, mi trovo a un bivio, e anche molto presto rispetto alle scelte e al percorso che sto intraprendendo, ed è un bivio che parla di riflessione, perché al momento non c’è nessun tipo di decisione da prendere.
La mia riflessione nasce dal fatto che per esprimere quello che faccio ogni giorno il “mondo esterno” ha bisogno di una categoria, di un’etichetta, cioè mi devo inserire da qualche parte. Sono Naturopata, Radiestesista, guida Human design o altro? E non è un mero problema di catalogo, perché sappiamo tutti bene che l’etichetta serve a fare esperienza, a muoversi in un mondo di linguaggio.
La questione sorge quando le etichette sono talmente condizionate, talmente intrise di distorsioni, credenze e narrative, che non riesco a darmele neanche sapendo che sono un semplice modo per esprimersi. E questo perché? Perché se dico che faccio radiestesia ogni volta devo spiegare che la radiestesia non è il pendolo, che non è magia e che non uso strumenti divinatori. Se dico che sono Naturopata, perché sono diplomata così, devo ogni volta sottolineare che l’approccio non è standardizzato e che non seguo le tabelle da protocollo. Se parlo di Human Design finisco nel calderone di chi crede a un destino fisso, e quindi devo un’altra volta spiegare che lo utilizzo come mappa da integrare con sistemi di rilevazione di informazione. Allora, cosa dovrei dire? Dovrei inventare un mio metodo?
Non me la sento, perché in poco tempo potrebbe diventare un sistema chiuso, e io questo non intendo farlo.
Magari non devo codificare un metodo, ma devo solo “agirlo” nel quotidiano.
Magari mi sto ponendo delle domande sciocche, perché può essere che parte del mio lavoro sia anche togliere quel velo di illusione che contraddistingue le materie “energetiche”, almeno qui, nel contesto italiano.
Questa è una riflessione, in un pomeriggio ventoso di un week end di maggio, dopo aver ascoltato le informazioni di una persona sovraccarica di contenuti, sapienze, discipline e discorsi che, seppur in parte validi, non le hanno saputo dare strumenti per iniziare a intravedere l’uscita dai suoi drammi.
Allora mi chiedo cosa serve davvero, e se tutti questi strumenti sono realmente utili, approcciati in questo modo confusionario e allo stesso tempo definito.
Mi chiedo se serve una resa alla continua ricerca di qualcosa che ci stia comodo e che allo stesso tempo ci doni un aspetto degno di quanto pensiamo di valere.
In tutto questo domandarmi, tuttavia, lascio il campo aperto, per il momento. Non cerco una risposta adesso, esprimo nero su bianco un sentire che, in quanto “emissione”, mi darà modo di intercettare gli elementi di cui ho bisogno.
Buon fine settimana
