Quando la spiritualità anestetizza i conflitti

A cosa serve la spiritualità? E deve per forza servire a qualcosa?

Non facciamo fatica a notare che le persone si avvicinano ai cammini spirituali in momenti critici della loro vita, sempre che non siano cresciuti con esempi spirituali al loro fianco. Chi si avvicina in questo modo a una parte di sé fino a quel momento lasciata a tacere, lo fa prevalentemente per calmare ciò che dentro sembra muoversi troppo e per uscire dai propri conflitti interiori.

E in questo, come sempre dal nostro punto di vista, non c’è assolutamente niente di sbagliato. E’ un dato di fatto.

A noi però interessa valutare il fenomeno da una prospettiva più ampia, che è quella di considerare i conflitti come semplici configurazioni di informazioni, senza dar loro tutto il carico emotivo che nell’esperienza quotidiana ci ritroviamo a provare. E lo facciamo non per sminuire il loro impatto, ma per renderli per un momento neutri e poterli osservare senza attaccamenti.

Il conflitto, così come lo viviamo, non esiste di per sé, ma è come se fosse qualcosa che prende forma nel modo in cui stiamo leggendo ciò che accade. Mi spiego meglio: parlare di conflitto ci porta subito a pensare a una situazione difficile o a una relazione complicata, ma guardato con distacco il conflitto non sta nella situazione oggettiva che si è venuta a creare, ma nella lettura che noi facciamo su quella situazione.

Se ogni esperienza che viviamo è organizzata da una lettura, cioè dal nostro modo di processare le informazioni che abbiamo, è proprio quella lettura che le dà forma, significato e direzione.

Quando nasce il conflitto? Quando la stessa realtà visibile viene letta in modi incompatibili tra loro da noi stessi in momenti diversi.

E qui può entrare la spiritualità, quella anestetica, cioè quella che interviene per calmare la tensione, lasciare andare, accettare, ma mai per osservare davvero. Le pratiche anestetizzanti, come mi piace chiamarle, sono utili sempre in una prima fase dove è necessario calmare il sistema, ma se a questa fase non succede una comprensione, osservazione ed esperienza della dinamica, rimangono fini a se stesse. In sostanza ci fanno abbassare il disagio solo temporaneamente.

Il conflitto poi tornerà, magari sotto altre vesti, perché il conflitto non stava nella situazione, ma nella lettura della situazione, e se non abbiamo imparato a leggere, a poco serviranno tutte le serie di respirazioni e yoga del caso. (Amo respirare, e anche lo yoga)

Cosa dobbiamo capire? Non solo come stiamo leggendo e osservando, ma quanto ci stiamo identificando con la posizione che assumiamo nei confronti del conflitto.

Esempi classici di conflitto interiore in azione: “dovrei fare questo, ma voglio quello” “so che questa è la cosa giusta, ma non riesco a farla” eccetera.

La verità scomoda di oggi è che il conflitto potrebbe non essere qualcosa da risolvere direttamente, ma qualcosa da vedere per quello che è, ossia una costruzione coerente basata su come stiamo leggendo ciò che viviamo.

Piccola soluzione: la prossima volta che senti conflitto, prova a non risolverlo e chiediti: “con quale posizione mi sto identificando ora?” “Cosa sto escludendo per mantenere questa lettura?”

La chiave è capire che il punto non per forza è uscire dal conflitto, ma vedere che, così come lo vivi, non è qualcosa di oggettivo, ma qualcosa che stai costruendo attivamente e inconsapevolmente.

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