Non sono pronto!

Mi piace tantissimo parlare di prontezza, perché è un argomento presente in modo considerevole all’interno dei contesti di crescita personale e spirituale, dove si sentono frasi come “quando sarai pronto, arriverà il tuo maestro”, “non era il momento giusto”, “serve ancora tanto lavoro su te stesso” eccetera. E queste affermazioni, come sempre, non sono sbagliate in assoluto, però creano una limitazione che parte da un’interpretazione assolutistica della prontezza.

Cosa stiamo davvero chiamando prontezza?

Stiamo idealizzando questo stato dell’essere, dove ci si deve sentire sicuri della prossima mossa, avere chiarezza, non avere mai un dubbio e non percepire alcuna resistenza?

Perché se così fosse, allora tutto ciò che esce da questi standard verrebbe letto come un limite oltre il quale non potersi spingere neanche con il pensiero.

Il nodo, ancora una volta, è l’interpretazione che diamo ai fatti,alle sensazioni e ai contesti, perché è quasi sempre un racconto che segue una logica lineare, oltre che affrettata, e se noi organizziamo esclusivamente con la mente logica ciò che accade, non stiamo descrivendo con neutralità una situazione.

E sappiamo bene, ormai, che senza un pizzico di neutralità sarà molto difficile affinare lo sguardo e diventare lucidi e presenti nella nostra stessa vita.

Ogni volta che diciamo di non essere pronti stiamo dando un significato preciso a una sensazione, a un pensiero o anche a un dubbio, che si traducono automaticamente con segnali di stop e rischi da affrontare.

Se invece imparassimo a leggere quello che sentiamo semplicemente come informazione, cioè come qualcosa che ci sta comunicando un dato, non avremmo l’urgenza di qualificare come limite una nostra sensazione. E il problema non è tanto la lettura in sé, quanto il fatto che da questa lettura consegua una scelta.

(Perché lo sappiamo che ciò che scegliamo è la risultante delle nostre informazioni, e che non scegliamo con libertà assoluta).

La scelta, in questo specifico caso, si configura come una non scelta, perché rimaniamo bloccati in attesa, un giorno, di essere pronti.

Parliamo un attimo della trappola sistemica sottile che si attiva in questi casi, e osserviamola da un punto di vista naturale, evolutivo: ogni volta che ci troviamo davanti a qualcosa che ci potrebbe esporre e si attivano in noi sensazioni di incertezza, paura e confusione, e se noi le interpretiamo come non prontezza, sicuramente rimandiamo quel qualcosa. Il nostro sistema, nel rimandare, si sente momentaneamente più al sicuro, e in questo modo si rinforza quel codice, e la volta successiva in cui ci troveremo nuovamente davanti a qualcosa di diverso da fare, l’automatismo della non scelta avrà la meglio.

Comunque, per rassicurarvi, non c’è niente di sbagliato in questo, dal punto di vista informativo sistemico, anzi c’è coerenza, c’è espressione di una precisa struttura: evitamento dell’esposizione, mantenimento del controllo e posticipazione del movimento.

Se volessimo però osservare tutto questo ribaltando il punto di vista lineare, “non sono pronto” non è una condizione oggettiva, ma è semplicemente il modo in cui stiamo leggendo ciò che accade dentro di noi, e il modo in cui interpretiamo il nostro interiore costruisce la realtà giorno dopo giorno.

La verità scomoda che voglio condividere con voi oggi è che non diventeremo pronti, o almeno, non nel modo in cui pensiamo (e cioè prima di agire). Sentiremo quel senso di prontezza una volta che avremo agito, e questo è effettivamente molto scomodo. Tuttavia, è anche piacevolmente illuminante scoprire che ce la stavamo raccontando ancora una volta.

Per esercitarvi in questo potete prendere una situazione in cui sentite di non essere pronti e chiedetevi “cosa sto evitando esattamente?” E “cosa succederebbe davvero di così critico e anche di così positivo, se mi muovessi in una nuova direzione?”

C’è una differenza abissale tra non essere pronti perché il sistema non reggerebbe una nuova struttura e il non essere pronti perché stiamo interpretando delle sensazioni!

Tutte le volte che interpretiamo con chiusura e con linearità un nostro sentire, stiamo riproducendo degli schemi già attivi in noi, schemi identici. E questi sono i codici delle nostre esperienze. Cosa ci aspettiamo da codici identici? Non certo situazioni differenti.

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